Card con barcode: le tessere con tecnologia visiva

Le card con barcode rientrano nella categoria delle tessere con tecnologia visiva: sulla smart card sono stampati un numero, nome e cognome dell’utente e – appunto – un codice a barre, oppure un QR Code o un Data Matrix. Con questo tipo di tecnologia tecnologia il dato è fisso e immodificabile. Le carte loyalty e gift card costituiscono dei tipici esempi di card con tecnologia visiva.

Card con barcode

I codici a barre possono essere classificati in due categorie:
♦ Codici a barre 1D (unidimensionali), in cui le informazioni presenti sono organizzate in senso orizzontale, dipendono dalla larghezza di barre e spazi e vengono lette da sinistra verso destra. Sono adatti per l’identificazione di prodotti le cui informazioni cambiano frequentemente. Il codice 1D che identifica il prodotto rappresenta l’elemento di collegamento al database che contiene i dati dinamici variabili sul prodotto, per esempio il prezzo, la descrizione, il codice del produttore e così via.
♦ Codici 2D (bidimensionali), hanno la forma di un quadrato costituito da un insieme di piccoli quadrati bianchi e neri. Esempi di codici bidimensionali sono il QR Code, il Data Matrix e il PDF417. Rispetto al codice 1D, quello 2D è capace di memorizzare un numero di informazioni di gran lunga superiore – fino a 2.000 caratteri, senza quindi la necessità di fare riferimento a un database, contro i 20-25 caratteri del codice unidimensionale.

Ecco gli standard ISO principali che definiscono le dimensioni e caratteristiche interne dei codici a barre:
EAN 8 EAN 13 – Standard internazionale ISO/IEC 15420
Code 128 – Standard internazionale ISO/IEC 15417
Code 39 – Standard internazionale ISO/IEC 16388
Data Matrix – Standard ISO/IEC 16022
QR Code – Standard internazionale ISO/IEC 18004

Card con barcode: quali sono le origini del codice a barre? 

La paternità del codice a barre è attribuita a Bernard Silver e Norman Joseph Woodland, due studenti di ingegneria alla Drexel University di Filadelfia che, alla fine degli anni Quaranta, furono sollecitati dal direttore di un supermercato a lavorare sull’idea di un codice per marcare i prodotti, che consentisse il riconoscimento automatico alle casse, velocizzando i pagamenti. Durante una giornata al mare, Woodland iniziò a disegnare sulla sabbia una serie di punti e linee orizzontali provenienti dal codice Morse: in quel momento si rese conto come, allungando in verticale con le dita i segni, i tratti originati dai punti si trasformassero in solchi stretti mentre dalle linee nascessero segni più larghi. Le due tipologie di solchi, insieme, davano origine ad un possibile codice. Il sistema lineare delle barre faceva sì che il codice fosse leggibile da più direzioni e che il prodotto potesse essere presentato alla cassa in qualsiasi posizione, senza comprometterne l’identificazione. Il primo prodotto letto in una cassa di un supermercato, quasi quarant’anni dopo, nel 1974, fu stato un pacchetto di gomme da masticare, in un market di Troy, in Ohio.

Il codice 39 (Code 3 of 9) nacque, invece, negli anni Sessanta, ad opera di Intermec, per gestire gli inventari del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti; successivamente fu donato per utilizzo gratuito a tutto il mondo, permettendo la creazione di uno standard.

L’invenzione del QR Code (Quick Response Code), infine, è merito di Masahiro Hara, ingegnere elettronico e managing director della compagnia giapponese Denso Wave, sussidiaria di Toyota. Il codice QR nacque nel 1994, per tracciare e identificare i pezzi delle automobili negli stabilimenti Toyota e per migliorare i processi logistici e produttivi. Ottenne un’immediata popolarità e i suoi utilizzi si estesero subito ad altri campi – in Giappone, per esempio, si è diffuso il loro impiego sui biglietti da visita -. Alla fine degli anni Novanta Denso Wave distribuì i QR code sotto licenza libera, favorendone la diffusione esponenziale, agevolata anche dall’avvento degli smartphone.

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